Lontane da casa: le cooperanti internazionali

 

Da una nicchia o da una periferia, un piccolo gruppo di lavoratrici parla del lavoro che cambia, e forse aggiunge comprensione ad alcune inerzie, ad alcune dinamiche che riguardano il nostro paese e il suo mercato del lavoro. Poiché l’essere e il fare “altrove” può anche significare un “altrimenti”, confrontato con contesti distanti da quelli in cui si è ricevuta formazione, con incontri che avvengono su variazioni impreviste, in cui emergono questioni che sorprendono…cervelli in fuga, expat ? le cooperanti internazionali si sono raccontate. ( alcune, ovvio!)

Le aid workers intervistate hanno costituito un campione non rappresentativo a fini statistici, reclutate attivando una rete di relazioni a cascata rispettando disponibilità e reticenze individuali,  facilitando l’abbassamento di alcune ritrosie ed ha aperto uno spazio relazionale emotivamente accogliente.

Allo stesso tempo come alcune diranno poi in conclusione dell’intervista, quell’incontro è stato percepito come un momento di pausa in giornate concitate, sempre sull’orlo dell’emergenza di ripetute microdecisioni, progettuali o riparative, ed ha costituito un’opportunità di presa di parola e di una rara possibilità di autoriflessione, quasi una concessione a se stesse, in uno stile di vita in cui può non apparire sollecitata, né prevista, né necessaria. Sperimentata come preziosa nella sua estemporaneità. Poiché come suggerisce Prandstraller: “chi espatria deve fare i conti con la difficoltà di articolare la costruzione di significato in un contesto diverso da quello di origine e spesso solo temporaneo.”

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Una poesia, quasi troppo nota, sollecita un sogno

Da quando una giovane collega, anni fa, mi ha regalato un libro di poesie cerco questa tra le altre e la rileggo. Cerco quello che abbiamo perduto: il valore di una separazione, il senso di una distinzione. Quante volte abbiamo scritto e riscritto un curriculum, anticipando domande, raccogliendo esperienze, selezionando e accumulando informazioni e provando di volta in volta a dare una forma che ci proiettasse in un futuro a breve? Scrivere un curriculum mettendo sempre tra parentesi quello che sembra non servire: l’unicità delle nostre vite, la irriducibile singolarità delle nostre esistenze. Szymborska ha già svelato il nostro gioco e avverto acuta la mancanza di ciò di cui il lavoro nell’era flessibile si è impadronito. La nostalgia per una rassicurante distinzione tra lavoro e vita non offusca , non sempre, il desiderio di dare corpo ad un sogno, in compagnia del quale io e altre, coetanee o meno, siamo cresciute e diventate adulte.

Il sogno di un “mondo del lavoro” dove produrre possa anticipare il futuro, mettere in rapporto donne e uomini, dove lavorare significhi appunto edificare un mondo. Sogno che si perde abbassando lo sguardo e come muli preparare vite che assomigliano a curriculum standard e intercambiabili, flessibili ad ogni opportunità, mutanti opportuniste?

Sogno vitale, che illumina tra le righe di una poesia .

Scrivere il curriculum

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Le giovani donne di Solea: vogliono lavorare ed essere madri

Solea è un’organizzazione lavorativa di tipo nuovo, non solo perché è un’organizzazione orientata all’area sociale, (educazione sociale) ma perché fondata da donne, orientata a forti valori etici, caratterizzata da forme organizzative postfordiste. Dunque dall’assenza di “posto di lavoro” e invece dalla presenza di impegni, relazioni, commissioni, contratti…. Tutte le lavoratrici sono atipiche; pongono un focus forte sul tema “maternità”, poiché valorizza non solo le vicende interne, quanto sottolinea una questione che si ritiene debba tornare al centro dell’attenzione. Maternità e donne che lavorano.

Questa indagine in particolare mi conduce in un’area dotata di alcune caratteristiche molto singolari: lo è l’organizzazione di cui si parla, lo sono le donne che lavorano e con collaborano con essa. Continua a leggere “Le giovani donne di Solea: vogliono lavorare ed essere madri”

Viaggio in Italia: 1 Maschilismo in azienda

Un viaggio in Italia incontrando donne di generazioni differenti, regioni del Nord e del Sud, tutte hanno in comune il lavoro in un’azienda, anzi meglio: lavoro come operaie, talvolta impiegate, di  quei luoghi di produzione di beni, di oggetti, di alimenti di cui ci scordiamo , da cui distogliamo l’attenzione. Eppure loro sono lì.

L’azienda è perlopiù maschilista, sessista, ogni volta che viene nominata, unica eccezione N., per la sua politica di gender balance, e lo stile (il contenuto delle decisioni prese e attuate) di alcune dirigenti.

L’azienda è maschilista perché privilegia il lavoro degli uomini, le loro richieste, anche quando appaiono implicite: “gli uomini vogliono girare, loro al lavoro manuale sono un macello e lo fanno apposta per farsi spostare, i capi sono uomini e li appoggiano; per inscatolare le aziende preferiscono le donne perché rendono di più

“Non ci sono donne in manutenzione, quando chiesi al direttore dello stabilimento perché ero esclusa dalla manutenzione mi rispose: “ ma cosa potevamo farle indossare?” come se i miei colleghi non potessero controllarsi!” non è neanche troppo sottile l’osservazione e il rimando al corpo della donna “fuori luogo” osceno, da sottoporre a controllo…. Continua a leggere “Viaggio in Italia: 1 Maschilismo in azienda”

Giuliana o il lavoro in editoria di un’intellettuale negli anni 70

Giuliana in Mondadori si trovò di fatto partecipe di cambiamenti e sperimentazioni editoriali e di marketing. Fu una coincidenza: Mario Formenton aveva assunto da poco la vicepresidenza dell’azienda, nato a Teheran, studente a Londra, impegnato nell’elaborazione “di un piano di potenziamento delle Officine grafiche veronesi, che aveva per obiettivo l’accrescimento del lavoro per conto terzi”, con la sua spinta alcuni dirigenti interessati al mercato estero e Giuliana, formarono un piccolo gruppo che in una manciata di anni ideò, realizzò e produsse alcune collane straordinariamente innovative, a questo processo lei donò un impegno intellettuale e personale elevatissimo. Continua a leggere “Giuliana o il lavoro in editoria di un’intellettuale negli anni 70”

perché parole, perché lavoro

Parole intorno al lavoro, ancora. O meglio parole per dire la relazione che abbiamo con il lavoro. Per vedere, descrivere, narrare, raccontare. Per interrogare e indignarsi, per stupirsi e esigere riconoscimento.

Ancora parole? In un’epoca di immagini, di selfie e serietv, di iphotografie e video?

Per restituire l’ambivalenza di condizioni e di esistenze, l’essere considerate ai margini del mercato del lavoro e invece sapersi esploratrici di un mondo in cambiamento, il medium elettivo sembra che tornino ad essere le parole. Continua a leggere “perché parole, perché lavoro”